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Fonte: Civonline.it

20.08.2019
Malan smentisce Cordeschi

LADISPOLI – Non è ancora riuscita a vedere sua figlia dopo che il tribunale di Civitavecchia ha disposto il ripristino delle chiamate e degli incontri protetti madre-figlia. Parliamo della mamma della piccola Sofia, la bambina che 15 mesi fa circa è stata allontanata dalla sua mamma, dai servizi sociali di Ladispoli. Da allora la piccola vive in una casa famiglia della città balneare, dove inizialmente incontrava la madre, alla presenza di un educatore, e con la quale parlava almeno due volte a settimana al telefono, sempre alla presenza di un educatore. Incontri che qualche mese fa per un motivo non meglio precisato nella lettera inviata alla donna, sono stati interrotti e che già dopo la decisione del tribunale di Civitavecchia, lo scorso luglio, dovevano essere ripristinati. Ma così ad oggi non è stato. Durante l'udienza di luglio, infatti, il giudice oltre a decidere di assegnare una CTU per il prossimo 12 settembre ha anche disposto il ripristino di incontri e telefonate. Ma ad oggi in realtà la mamma ha solo potuto parlare telefonicamente con la piccola Sofia (nome di fantasia) dopo le sollecitazioni da parte del suo legale, l'avvocato Catia Pichierri. Per quanto riguarda invece gli incontri, la donna sarebbe stata “invitata” alla «sottoscrizione di una dichiarazione redatta unilateralmente dai servizi sociali senza la richiesta del tribunale». Nella sottoscrizione con due le condizioni a cui la madre di Sofia deve sottostare per vedere la bambina: «La prima è che i colloqui avvengano solo in lingua italiana, nonostante la provenienza bulgara della famiglia». Sin dai primi momenti di questa delicata vicenda la famiglia aveva infatti chiesto la presenza di un mediatore culturale che potesse aiutare la donna a comprendere bene la lingua italiana. Non solo mediatore culturale utile anche a far sì che due culture diverse potessero comprendersi meglio.

La seconda richiesta, sancirebbe la presenza di uno psicologo e un assistente sociale durante gli incontri con la bambina. Solitamente – ha spiegato il legale – presenzia un educatore per agevolare gli incontri. Le due figure avrebbero invece una funzione dichiaratamente valutativa». Una funzione che, come evidenziato dal legale della famiglia, «il tribunale ha assegnato a un Ctu per il 12 settembre». Insomma: la valutazione psicologica il giudice l'ha affidata a un tecnico d'ufficio e famiglia e legale non comprendono per quale motivo agli incontri, dunque, dovrebbe presenziare uno psicologo peraltro non assegnato dal tribunale.
LA VICENDA. I fatti risalgono allo scorso anno. La bambina torna a scuola dopo 27 giorni dall'aver preso i pidocchi. Dopodiché torna a scuola se non dopo qualche mese dover tornare a casa a combattere ancora con la peducolosi così invasiva che la madre opta per il taglio dei capelli (non solo alla figlia ma anche a se stessa). La bambina così torna a scuola indossando, per sua scelta una parrucca. Successivamente dopo poche settimane scatta la segnalazione ai servizi sociali. Nel documento si fa riferimento ai giorni di assenza, ai ritardi della bambina a scuola (dovuti sostanzialmente alla difficoltà di raggiungere in cinque minuti l'ingresso più interno della scuola da dove poter accedere alla classe a causa della presenza, soprattutto in inverno e nei giorni di pioggia di diversi genitori e alunni con ombrello e al poco tempo che sarebbe stato dato ai genitori per consentire l'ingresso a scuola entro la prima ora: cinque minuti). Sempre nella relazione gli insegnanti parlano anche di abiti non adatti all'età della bambina (sotto al grembiule obbligatorio peraltro tutto l'anno, tranne occasioni particolari, la piccola indossava solitamente felpe, magliette e legghins o comunque pantaloni). Vestiti che, secondo quanto riportato, puzzavano spesso di sigaretta proprio come il materiale scolastico. Da qui scattano i controlli con una prima convocazione della madre da parte dei servizi sociali senza la presenza di un mediatore culturale, richiesto, che l'aiutasse a comprendere bene che cosa stesse accadendo, viste le difficoltà nel comprendere bene la lingua italiana. All'incontro in comune, segue una visita domiciliare dei servizi sociali in casa della famiglia. In casa al momento della visita dei servizi sociali c'erano diversi scatoloni e mobili in giro per casa. Ma già all'indomani i servizi sociali si presentano con le forze dell'ordine alla porta della famiglia e portano via Sofia. Da quel momento la bambina vive lontana dalla madre, in una casa famiglia della zona. Solo la madre e non il marito di lei (che non è il padre naturale della piccola) non considerata una vera e propria figura paterna. Nemmeno i nonni riescono a incontrare la piccola dopo aver saputo quanto accaduto. Nemmeno dopo le richieste della madre di poter far effettuare anche una sola telefonata alla nonna da parte della figlia per tranquillizzarla vista anche l'età e i suoi problemi di salute. Da qui da un giorno all'altro la madre riceve una lettera da parte dei servizi sociali dove si dice che gli incontri e le telefonate con la figlia sono sospese. Il motivo non è stato eplicitato nel foglio di poche righe consegnato alla donna.
L'INTERVENTO DI MALAN. Una vicenda questa che ha portato diversi cittadini a scendere nelle piazze e nelle strade della Bulgaria per esprimere la propria solidarietà alla donna. Una vicenda che avrebbe visto l'ambasciatore bulgaro incontrare il primo cittadino ladispolano per cercare di capire che cosa sia successo e trovare, magari, insieme, una soluzione per ricongiungere una madre con sua figlia. Una vicenda che ha visto l'interesse anche del senatore di Forza Italia Lucio Malan che sull'argomento ha presentato un'interrogazione parlamentare per fare chiarezza sulla vicenda. Proprio il senatore di centrodestra qualche settimana dopo la presentazione dell'interrogazione ha deciso di effettuare un sopralluogo a sorpresa alla casa famiglia della piccola Sofia. E proprio in quell'occasione, ad accompagnarlo fornendo anche delle spiegazioni è stata l'assessore ai Servizi sociali Lucia Cordeschi. Assessore che nei giorni scorsi ha affermato che il senatore dopo la sua visita non era più convinto dell'interrogazione presentata.
LA SMENTITA. Ma a smentire l'assessore ai Servizi sociali del Comune ladispolano è stato proprio il senatore Malan. «Quando il 22 luglio scorso ho visitato la Casa Maria Ausiliatrice di Ladispoli è giunta sul posto l'assessore Lucia Cordeschi – ha detto – che ha voluto riferirmi non su mia richiesta, alcuni aspetti della vicenda di “Sofia”, sulla quale ho presentato un'interrogazione parlamentare. A fronte di quanto l’assessore mi riferiva, ho semplicemente detto che la mia interrogazione non poteva che essere basata sulle notizie in mio possesso. Non ho ritenuto di fare alcun comunicato su tale visita, per rispetto a tutte le parti interessate. Ma ora che la cosa è all’attenzione del vostro giornale, devo spiegare che le notizie in mio possesso sono quelle basate sui documenti presentati in tribunale incluse le relazioni dei servizi sociali, quelle che fanno fede». «Da tale documentazione – ha proseguito ancora l'onorevole Malan - risulta che la visita domiciliare è stata una sola, seguita, il giorno dopo, dall’allontanamento, con tanto di agenti in uniforme, della bambina dalla sua abitazione. Nelle relazioni non si parla di casa fatiscente e in degrado, ma di non meglio precisata presenza di sporcizia, cosa ben diversa. L’abitazione risulta peraltro essere in classe energetica A, dunque può forse essere sporca, ma non certo fatiscente. E se fosse stata “fatiscente” (cioè, secondo il dizionario italiano, “che cade in rovina”) sarebbe stato grave non dirlo nella relazione dei servizi sociali. Chi si assume la responsabilità di sottrarre una bambina alla propria famiglia deve avere adeguate motivazioni e queste vanno scritte in modo chiaro e subito nella documentazione ufficiale. E dalla documentazione risulta che la bambina è da 15 mesi sottratta alla madre per motivi ancora non comprovati e che comunque non giustificano il provvedimento. Aggiungo infine: il tribunale ha ordinato il 3 luglio la ripresa delle visite della madre alla bambina. Dopo 35 giorni questo non è avvenuto. Come mai per portare via “Sofia” a sua madre, senza ordine del magistrato, è bastato un giorno e non bastano invece 35 giorni per concedere alla madre, su ordine del magistrato, di rivederla dopo tre mesi? Ricordo che persino i boss mafiosi in regime di carcere duro hanno diritto a una visita al mese».

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